martedì 22 gennaio 2013

Metafore Sculture 1990-2000, Sala dell'Annunciata Pavia


Dal catalogo della mostra la presentazione di Flaminio Gualdoni.

Luca Bossaglia, l’artefice 

Pfolemaios occhieggia ancora, disco sapienziale, come ad avviare il viaggio tra le sculture di Luca Bossaglia. Un viaggio che ripercorre quello dell’artista stesso, tra segni di natura e segni di cultura ai quali l’artista chiede di rivelarsi in simbolo, per complessi trascorrimenti e metafore, per collisioni, accumulazioni, frammentazioni significative.
Da tempo Bossaglia conduce una tutta sua personale partita con le pratiche dell'arte. Atipica e inattuale quanto suggestiva, va subito specificato. In primo luogo, per la scelta coraggiosa di immergersi senza pregiudizi formali e culturali in un atteggiamento fabrile ad alta valenza artigianale. Folgorato dall’arte del vetraio, alla quale in altra veste molto delle sue energie e competenze ha destinato, egli ha deciso di assumere su di sé il retaggio del “sacro artefice”, del metallurgo e, appunto, del vetraio: i quali, ben sappiamo, in antico non solo erano magistri d’un’arte, ma ne possedevano quel segreto che li rendeva, a tutti gli effetti, possessori e portatori di saggezza, in grado di colloquiare con i segreti del mondo. 





A quel segreto, in un tempo così laico, Bossaglia ha deciso di risalire con umiltà d’apprendista e curiosità da innamorato, dapprima; poi, con sempre più lucida ambizione di ritrovare, attraverso i tempi e le liturgie di quei gesti lunghi, di quei procedimenti che sposano mano e materia, il punto alto in cui, forse, il magister possa sentirsi anche un po’ magus. 
In secondo luogo, perché egli ha deciso di nulla negarsi, dal punto di vista dei riferimenti iconografici. Non distillare pochi intensificati segni, gli importa, ma procedere per via di apposizioni multiple, dispiegando davanti a sé l’orizzonte delle culture tutte: gli umori esoterici e allegorici medievali, un horror vacui orientale e il gusto maghrebino per i bagliori visivi, le icone esplicite - la civetta il serpente l’uovo la scacchiera l’albero il pendolo - e quelle saporosamente ambigue, come l’occhieggiare fitto delle murrine e le partiture di ideoglifi che rabescano segni il cui codice genetico potrebbe essere quello più antico, oppure una scrittura di musica elettronica o uno schema informatico: in realtà tutto ciò non importa, avverte Bossaglia, perché come scrive Lacan, “un crittogramma assume tutte le sue dimensioni solo quando è quello di una lingua perduta”, quando torna, così in Leroi-Gourhan, a una “logica di pensiero prealfabetico, radiante come il riccio o la stella marina”.
Certo, lo voracità di segni dell’artista ha tratti che tengono del medievale -amo pensare che nei muri rossi della vecchia Pavia si sia incrostata l’anima dei meravigliati artefici longobardi, alle prese con alfabeti ignoti e di fascino folgorante- ma anche lo concitazione tutta nevroticamente moderna dell’accumulazione schwittersiana: quella che ha reso lo sua casa-studio una sorta di Merzbau, una collazione/collezione di segni che negli anni si sono stratificati secondo una progressione fatta insieme di singoli dettagli, sensuosi, e di iterazioni cicliche di pensieri e visioni, intorno ai topoi del sentimento della storia e d’una sacralità oscura. 
Ebbene, tutto ciò ha portato alla serie di opere raccolte in questa mostra. Adeguate per qualità e quantità a rendere lo tessitura fitta di rimandi ed echeggiamenti reciproci che le lega come momenti singoli d’un’unica vasta impresa. 
Ecco gli alberi, che si snodano alti in viluppi attorti come di portale romanico; e pensi all’arbor vitae ma, più, alla barbarica e oscura Guerra degli alberi restituita da Robert Graves. Sono alberi ove il viluppo non solo è di forme, ma soprattutto di pulsazioni simboliche, sino a una sorta di collasso che da visivo si fa concettuale, e ti costringe a porre in disparte il raziocinio che interroga ed ascoltare il ritmo di questo flusso suggestivo, di questa, recita uno dei titoli, Planimetria dell’ignoto. 
Ecco le forme vitree lievi che germinano dalle pietre, che montano da lastre di cotto, in una sorta di ascesa dall’intendimento primario della materia -Roger Caillois avrebbe molto amato questa combinazione di objet trouvé e di memoria ancestrale della forma- attraverso transiti metamorfici diversi. 
Ecco, infine, gli omaggi espliciti a Merlino, il sapiente per eccellenza, chiave d’intendimento complessiva di questa Wunderkammer, in cui si riverberano entusiasmi e melanconia, un 
meditativo e accensioni sonanti e luminose. Si gioca il senso di un’esperienza tutta, Bossaglia, con questi lavori. Con un nitore morale, va sottolineato, che lo tiene ben lontano dai facili giochini new age che si spacciano oggi: lui, Luca, è proprio radicalmente old age, e molto old: qui sta lo sua atipica qualità, preziosa, preziosissima. 

Flaminio Gualdoni